noi secondo Urania

 

 

 

 

 

 SCATTI EMOTIVI 2016 – di  LaurUrania

 

Carla

 

Arriva! Sovrasta! Dirige! Propone!

Sorride, si commuove, ti abbraccia….

Propone! Dirige! Sovrasta!

……poi arriva la mela…..

E si va dalle SS ad uno scatenatissimo rap!

 

 

Daniela Attrice

 

E’ un concentrato di ironia, uno zampillio di particolari, di avanti e indietro, di colpi di scena.

Incantati ad ascoltarla ci chiediamo se inventa….O NO!

Fondamentale nella mia vita, le devo Colare Parole!

 

 

Daniela Cantante

 

Invidio affettuosamente le sue tante vite, la sua capacità di dare un senso al tempo, la facilità con cui scrive, la felicità che esprime quando canta.

E il suo diventare così bambina quando la delusione è troppo grande.

 

Eli

 

Scricciolino che appare e scompare, annegando fra onde di bicchieri e biberon senza mai farci mancare i suoi affettuosi …..mmmitttica…..cccciiiaaaoooo

 

Gaetana

 

Silenziosa e seria ci apre il cuore quando finalmente sorride.

Legge i suoi scritti quasi con timore, forse le sembra di non riuscire a dire come vorrebbe quello che ha dentro.

 

Giorgia

 

La crisalide è diventata farfalla.

Iridescente di nuovi colori, ha finalmente la forza per osare e sa di poter realizzare molti dei suoi sogni.

Porto sempre con me un suo scritto arrivato diritto al cuore.

 

Giulia

 

Un faccino sempre sorridente, la ciocca di capelli eternamente tormentata, l’amore per i suoi scolari, un futuro che sembrava pianificato.

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LASCIAR ANDARE

LASCIAR ANDARE
Indossare un sorriso
spesso
è più efficace dell’aver ragione.
Ma come fingere di mangiare fragole
mentre un nodo stringe
tra il cuore e la gola?
Come gioire
della pioggia e del freddo
sulla strada del ritorno?
Come negare
gli inganni dell’empatia?
Come stondare gli estremi
alle onde anomale?
Coltivare fragole,
guardare albe,
notare la luce calda tra i riflessi della neve,
nutrirsi di letture,
bere tisane,
dormire tanto,
stare da soli,
guardare il mare,
strappare erbacce,
cambiare una abitudine nociva,
una per volta,
non esser sempre saggi,
agghindarsi scioccamente,
mutare colori.
Vomitarli fuori quei nodi.
Di parole,
di silenzi,
di ieri e di domani:
metterli sul tavolo,
guardare quel che sono.
Dove siamo.
Dove eravamo.
Dove vogliamo arrivare.
E poi lasciar andare.

(Daniela Linfa)

Riceviamo da Eli Eli

Il cuore.
È una piccola macchina potentissima,una sorta di 500 con il motore di una Ferrari.

E’ il primo che si mette in funzione, prima ancora degli occhi, mani….nell’ auto siamo noi a mettere l’acceleratore, lui invece fa di testa sua, accelera , rallenta; gli occhi son i fari a seconda di quello che abbiamo vediamo davanti o tocchiamo semplicemente (.. sì, perché può capitare, ad esempio ai bambini, di scoppiare in un pianto improvviso, ma basta fargli sentire la nostra voce sfiorarli e smettono, senza nemmeno aprire gli occhi).                                           Per non parlare di quando incrociamo quel qualcuno che ci piace, che tanto tutti abbiamo, che quando i vostri sguardi si incontrano, questo inizia ad accelerare (vi sarà capitato)e fermarlo è un’ impresa , senza schiantarsi contro il malcapitato.   Lui determina     l’ inizio e la fine; potete allungargli la vita…..a forza di lavorare, sì, perché lui è instancabile: niente giorni liberi, turno 24 ore di filato, tutti i giorni, tutto l’anno.   Arriva che prima poi si ferma. A noi non resta che respirare e stare a galla ! anche quando pensate di non farcela, ebbene sì, lui continua a lavorare, lui ad avere le chiavi dell’ accensione che ci mette in moto.
Insomma per quanto è piccolo, è potente come le piccole pesti!
Eli

Riceviamo da Gaetana….

      Il pensiero frulla va e viene batte contro le pareti rimbomba martella e consuma ossigeno…meglio senza pensieri ma quelli a volte si ficcano dentro come spilli pungono e fitti entrano nella mente e lì restano finché non ti esaurisci e aspetti che il dolore passi.
   La testa un involucro duro eppur così fragile sensibile e delicato…a volte, libero, viaggia e ti porta tra le nuvole e cascano desideri, nuove primavere, un fiume pieno di idee e speranze che alimentano la voglia di resistere di stare e – comunque vada – di non mollare mai.

Donne con i piedi grandi

Le donne con i piedi grandi lasciano orme più profonde,
spostano dune nella sabbia,
con un passo rotolano sassi,
e non cadono mai.

Le donne con i piedi grandi tirano calci
alle palle troppo lente,
camminano in riva al mare con l’acqua alle caviglie,
e la schiuma non le intralcia.

Sono come alberi robusti
e le dita affondano nel terreno;
nelle radici rotonde tutti i bambini trovano un abbraccio.


Le donne con i piedi piccoli si fanno ombra con la testa,
corrono sospese senza trovare un appoggio,
oscillano sulle caviglie e vorrebbero volare.

Le donne con i piedi piccoli annusano le nuvole e hanno il vento sulla fronte;
cercano i petali e trascurano il germoglio.

Le donne con i piedi piccoli sanno vedere lontano,
e anche al di là dell’orizzonte sconfinano con l’immaginazione.

Sono come pensieri insistenti,
e quando incontrano una donna con i piedi grandi,
indicano la strada,
e poi posano il passo nelle sue impronte.

Allegrie feline

Chi dorme con me dice che emano calore. E non è una metafora per dire che sono passionale. Faccio proprio caldo.
In effetti ho spesso le mani calde, e quanto a scaldarmi i piedi quando sono a letto, devo arrangiarmi da me.
A pensarci bene, si potrebbe dire che disperdo energia nell’ambiente.
Non so se è una cosa buona in sé, comunque mi fa pensare ai gatti, e ai felini in genere. Hanno sempre una temperatura corporea di 38° e oltre, eppure non fanno altro che stare al sole d’estate e abbracciare il termosifone d’inverno. Dove va a finire allora tutto questo calore interno, questa energia?
Si dice comunemente che i felini passano la maggior parte del tempo a dormire, e in effetti è vero: puoi vedere tanto il tuo gatto di casa quanto un caracal del Pakistan o un leone africano sonnecchiare beatamente come se non ci fosse un domani, ostentando un’espressione soddisfatta e vagamente languida, gli occhi socchiusi e il pelo lucido sotto uno spicchio di sole.
Questo non fa altro che rafforzare il dubbio sulla misteriosa dispersione energetica… Ma i felini sono capaci di riscuotersi in un attimo da questo torpore: vengono presi da improvvise furie di gioco, si lanciano alla rincorsa di oggetti invisibili agli occhi umani, provocano i simili con una veloce zampata, ti investono di fusa.
È così che consumano il loro bottino di calore, credo, in questi piccoli fuochi di allegria. È una vampa di riso vivace, insensata, contagiosa: all’improvviso perdono quella grazia composta da divinità egizia e rotolano su sé stessi, cadono dalla sedia perché frullano come schegge impazzite, diventano ridicoli.
Sospetto che sia una radice comune quella che unisce la parola felix a felis: pochi esseri viventi hanno la stessa capacità di apparire compiaciuti di sé e suscitare allegria. Sembrano tenere il mondo in una zampa e poterci giocare a piacimento; possono scivolare, mancare il bersaglio, ma i polpastrelli morbidi e le vertebre elastiche li salveranno sempre.
La loro però è un’allegria affilata: in un istante il gioco si trasforma in graffio. La mano con cui giocano diventa una preda e la coda una frusta che spinge alla ritirata. Se poi il compagno di giochi non capisce, è il gatto che si allontana sdegnato per il disturbo subito.
È vera allegria quindi quest’umore così imprevedibile? Un attimo prima ti strappa via da qualsiasi tristezza e poi scompare come se non fosse mai esistita; un liquore nero ti scorre nelle vene.
Forse è in effetti un sentimento effimero, che non raggiunge la profondità e la persistenza della gioia. Se potessimo misurarla scommetto che la gioia sarebbe un’ampia distesa d’acqua; non un mare, ma un lago glaciale in una valle subalpina, largo e profondo, in cui le onde non arrivano mai a smuovere il fondale.
Vorrei riuscire ad afferrare stretta questa emozione, calma come lo specchio di un lago, ma non riesco mai a trattenerla abbastanza a lungo con me.
Forse anche per questo somiglio a un gatto.

La cavalletta

Ho imparato a conoscere veramente la rabbia quando ero ragazzina.
Forse erano gli ultimi anni delle elementari, o i primi delle scuole medie. A casa erano la lingua lunga di mia sorella, e la sua tendenza a voler scegliere per prima o controllare tutto, a farmi infuriare. Io ero un po’ più piccola di lei, e non avevo la stessa malizia, così a volte, quando con le parole non potevo avere la meglio su di lei, le mani mi partivano di scatto. Un segno in mezzo alla sua fronte, prodotto da un mio graffio, è ancora lì a ricordarlo.

Più spesso era un senso di ingiustizia a scatenare le mie ire. Mio padre in effetti me ne dava spesso occasione. Era assente quasi sempre, e quando c’era voleva che tutto girasse intorno a lui; era prepotente con mia madre, e non si curava di aiutare in casa, di mettere a posto, però pretendeva di fare la lezione a me e mia sorella; in più si divertiva a provocarmi, per farmi arrabbiare. Presto anche la politica gli avrebbe dato facili pretesti per attaccare briga.

Ma forse è stato in un momento preciso che ho scoperto che la rabbia può essere un sentimento violento, antisociale.
Ero in prima media ed ero stata chiamata alla cattedra per essere interrogata insieme a un mio compagno. Non ricordo quale fosse l’argomento dell’interrogazione, ma comunque fui mandata a posto con un bel voto. Non toccò la stessa sorte al mio compagno, che non aveva studiato.
Al termine dell’ora suonò la campanella dell’intervallo e andai verso la porta per uscire dalla classe, ma Procacci (ecco, giusto, si chiamava così) mi sbarrò la strada. Mi rinfacciò di aver risposto bene alle domande: visto che lui non era riuscito a mettere insieme due parole, avrei dovuto fare scena muta anch’io… Mi incalzava, avvicinava il viso al mio, e intanto mi dava delle piccole spinte alle spalle. Vedevo la sua bocca che si apriva e si chiudeva, sempre più vicina al mio naso; le guance mi scottavano, mi sentivo soffocare, non sapevo dove rifugiarmi; avevo la sensazione di essere prigioniera di una violenza che non meritavo.
Allora alzai tutte e due le mani, le appoggiai sulle sue spalle e lo spinsi via con forza, facendogli perdere l’equilibrio. Dietro di lui però c’era Roberta, una mia amica, e così Procacci finì dritto addosso a lei. Fu questione di un attimo: la sua grossa testa piena di ricci urtò contro gli occhiali spessi della mia amica, che schizzarono a terra.
Non so dire sinceramente se Roberta si mise a piangere per la botta ricevuta, ma quando si chinò a terra per raccogliere gli occhiali e si accorse che erano rotti, aveva gli occhi lucidi.
Ovviamente intervenne l’insegnante a chiedere cosa fosse successo, e a Procacci non sembrò vero di poter incolpare me dell’accaduto.
– Paoletti, veramente sei stata tu? Come mai? Ti aveva fatto qualcosa?
Spiegai la mia versione dei fatti e così mi salvai da una nota, perché avevo buoni voti e non avevo mai avuto problemi di condotta. Mi rimase però a lungo un senso di disagio, un misto di vergogna per lo sguardo di disappunto della professoressa e di senso di colpa verso la mia amica, che si era fatta male e forse poteva farsene anche di più.
In qualche modo da lì ho cercato di prendere le distanze dalla rabbia, di tenerla a bada per evitarne le conseguenze. Ho imparato a controllare le mie emozioni.

Mi viene in mente un episodio più o meno dello stesso periodo. Da bambina (in realtà anche ora) odiavo le cavallette. Ne ero proprio terrorizzata, e sfortuna volle che nel giro di pochi giorni mi capitarono diversi incontri indesiderati con questo insetto così sgradevole. Ma l’avete mai vista da vicino una cavalletta? Zampe lunghe, venature squamose, un colore marroncino che nel migliore dei casi può evocare un paragone col fango… e poi il muso: una specie di drago con i denti e le antenne! Che schifo! Meglio non pensarci.
Quindi dicevo, i miei incontri ravvicinati. Una delle “competizioni” in cui mia sorella mi batteva sempre era quella per conquistare il posto accanto al guidatore quando andavamo in auto con mia madre. Come si vinceva? Semplice: bastava prenotarsi per prima!
– Io davanti!
E giù a correre verso l’auto per assicurarsi il possesso fisico della postazione! Così una mattina, scornata dalla sconfitta, me ne stavo sul sedile dietro della Mini Minor (per dovere di cronaca: era di un meraviglioso colore bordeuax… in vero stile seventies), vicino allo sportello e alle tasche profonde ricavate a lato, quando da una di queste tasche uscì fuori bella bella, quasi tronfia, una cavalletta.
Non mi dilungo ora nei dettagli della scena di panico che seguì, perché in fondo mi vergogno ancora un po’; mi limiterò a dire che tornò la calma solo dopo che mia madre fermò l’auto e si liberò della cavalletta.
Il giorno dopo, stessa scena. Me ne sto contrariata nel posto di passeggero di seconda classe (secondo i parametri di me e mia sorella, naturalmente), lamentandomi che non è giusto, perché lì dietro ci sono le cavallette, e io non voglio starci. E mia madre che cercava di rassicurarmi:
– Ma non è possibile! Ti pare che dev’esserci di nuovo? È impossibile. Ieri l’ho buttata fuori con le mie mani!
Eppure fu proprio quello che successe: appena messa in moto la macchina una cavalletta cominciò a far capolino dalla tasca. Ovviamente non fui affatto contenta di aver ragione, né questo mi servì per essere più preparata. Era tanto il ribrezzo che non riuscivo a reagire, se non urlando.
Ma il terzo incontro con le cavallette fu quello che lasciò il segno. Stavolta mi trovavo al parco, e stavo giocando con mia sorella e con degli amici. Eravamo saliti su una piccola collinetta e dovevamo arrivare al lato opposto costeggiando una siepe proprio lungo il bordo della salita.
La striscia di terra su cui camminavamo era molto stretta, e per non cadere dovevo aggrapparmi ai cespugli. Non so se per dissimulare la tensione o mostrarmi disinvolta come gli altri, cercavo di muovermi velocemente, senza guardare davanti a me, ma in basso a destra, verso il passo successivo.
Era già autunno, settembre inoltrato forse, e un sole tiepido ci illuminava con raggi bassi, quasi orizzontali. A un certo punto mi accorsi che la mia mano destra aveva afferrato qualcosa, insieme alle foglie; qualcosa di vivo, che si muoveva. Girai la testa di scatto. Due antenne sottili uscivano nello spazio fra le dita.
Era proprio lì, dentro il palmo della mia mano. Una cavalletta enorme e marrone, l’essere più disgustoso che potessi immaginare.
Il mio primo istinto fu quello di scrollare la mano e gettarla via lontano, poi schizzare il più lontano possibile, ma se l’avessi fatto avrei perso l’equilibrio e sarei caduta. Mi sforzai quindi di ingoiare il ribrezzo e muovermi con calma. Durò tutto pochi secondi ma mi sembrò di vivere tutto al rallentatore, come in un sogno.
Aprii la mano senza guardare, con cuore che batteva forte – un frastuono che saliva fino alle orecchie – e feci volare via la cavalletta. Poi continuai a strisciare lungo la siepe controllando attentamente i ramoscelli a cui mi tenevo.

Per anni mi sono comportata con la rabbia come di fronte a una cavalletta: cercando di evitarla in ogni modo, perché è qualcosa che spaventa e disgusta, dentro di me e negli altri; oppure, quando proprio non riuscivo a sfuggirle e mi saltava addosso, paralizzandomi, per paura di perdere l’equilibrio e cadere rovinosamente. Ho rinunciato spesso a reagire, anche quando sarebbe stato necessario per difendermi.
C’è voluto molto tempo per accorgermi che questo era quello che mi succedeva, e ancora di più per capire che invece può essere un istinto sano, una leva a cui attingere per proteggermi o per far valere il mio punto di vista.
Eppure pensandoci bene, quel giorno al parco ho fatto qualcosa di importante: ho tenuto in mano la cavalletta fino a quando sono stata al sicuro, evitando di farmi male. La paura non mi ha fatto perdere la testa né mi ha bloccato.
Segno che una parte di me conosceva ancora la capacità di dare una spinta, quando c’è bisogno, alla luce del sole, senza nascondersi e vergognarsi.

Sì, lo so. State guardando la cavalletta sopra la mia testa. L’ho chiamata io.